Ideologia e scienza
Il Museo Archeologico di Bolzano è celebre per i suoi reperti legati al ritrovamento dell’“Uomo del ghiaccio”. Un ambizioso progetto apre ora un nuovo filone di ricerca indagando il periodo tra il 1920 e il 1972, un’epoca in cui l’attività archeologica è stata oggetto di una forte strumentalizzazione politica.
Gli archeologi Andreas Putzer e Günther Kaufmann, in collaborazione con ricercatori esterni, puntano a far luce sul periodo tra il 1920 e il 1972, un’epoca storica segnata da forti condizionamenti ideologici. Kaufmann, in particolare, si occupa dell’inquadramento storico e della cura delle pubblicazioni scientifiche, mentre Putzer studia i reperti archeologici e segue l’organizzazione di una mostra dedicata.
Ricerche negli archivi e nei musei. Sui monitor dei ricercatori scorrono innumerevoli documenti: i due archeologi li visionano con cura per vagliare le informazioni archeologicamente rilevanti e analizzare quindi reperti e relazioni di scavi eseguiti tra il 1920 e il 1972. Molti dei manufatti, pur conservati in musei e magazzini, non sono mai stati studiati a fondo né presentati nell’ambito di pubblicazioni scientifiche. Non fanno ancora parte, insomma, della storia dell’archeologia altoatesina. Lo storico Alessandro Livio collabora con i due archeologi: “Sto esaminando gli archivi di Milano, Bolzano, Vienna e Berlino alla ricerca di documenti storici di quel periodo”. Di particolare interesse sono gli atti della Commissione culturale sudtirolese, che si affidava all’operato di diversi gruppi di lavoro dei cosiddetti optanti. Tra il 1940 e il 1941 la commissione, controllata dal regime nazista, catalogò sistematicamente i beni culturali del territorio, tra cui pietre tombali, registri civici, musica, arti popolari e reperti archeologici. “Purtroppo proprio in ambito archeologico gran parte dei fascicoli è andata perduta”, commenta Livio con rammarico, “di conseguenza, siamo costretti a ricostruire le informazioni in modo indiretto, per esempio analizzando la corrispondenza di persone in contatto epistolare con la commissione stessa”.
Condizionamenti ideologici. La strumentalizzazione dell’archeologia a fini politici è evidente negli approcci diametralmente opposti dei ricercatori fascisti e nazionalsocialisti. Durante il regime fascista, gli archeologi italiani si adoperavano per presentare i reperti di epoca romana come testimonianze delle radici “italiane” del territorio, i colleghi nazisti perseguivano una strategia inversa attribuendo indiscriminatamente un’origine germanica a tutti i reperti per corroborare la tesi dell’ascendenza germanica della popolazione altoatesina. “La scienza ne è stata profondamente danneggiata”, spiega Putzer. “Innumerevoli reperti, anziché essere classificati in modo archeologicamente corretto, sono stati strumentalizzati dalle diverse ideologie. Il nostro compito è ora quello di riclassificare i pezzi e ricostruirne il contesto storico”.
Tra scienza e ideologia. Günther Kaufmann descrive le difficoltà del suo lavoro: “Spesso non abbiamo a disposizione documenti ufficiali ma dobbiamo ricostruire l’attività archeologica dell’epoca indirettamente, attraverso scambi epistolari in parte privati. Questi scritti, in compenso, ci permettono di percepire le posizioni dei ricercatori e ricercatrici di allora molto più chiaramente rispetto alle pubblicazioni ufficiali”. La sua conclusione: “Erano profondamente coinvolti nelle dinamiche politiche del loro tempo. La loro attività scientifica era fortemente condizionata da direttive ricevute dall’alto”. È significativo notare che queste influenze ideologiche abbiano continuato a manifestarsi anche dopo la seconda guerra mondiale: “Fu un vero e proprio conflitto culturale tra fazioni opposte, che continuò anche negli anni cinquanta, ben oltre la fine della guerra”, riassume Kaufmann.
Una documentazione complessa. Un elemento chiave del progetto risiede nella documentazione meticolosa dei reperti. È qui che entra in gioco Marco Pontalti, disegnatore scientifico, il cui compito è la rappresentazione grafica degli oggetti, un’attività tuttora indispensabile nonostante i progressi delle ecnologie fotografiche: “Questo tipo di rappresentazione segue regole standardizzate per facilitare il confronto tra reperti provenienti da scavi o epoche diverse”, spiega Pontalti, aggiungendo con un pizzico di ironia: “E i disegni sono più duraturi di qualsiasi fotografia”. Pontalti lavora sotto una forte pressione, perché il numero di oggetti riscoperti è notevole e ciascun disegno deve essere realizzato con la massima cura per soddisfare i severi criteri scientifici.
Una mostra che farà epoca. Molte delle conoscenze acquisite nel corso del progetto confluiranno in una mostra che verrà inaugurata il 24 novembre 2025 al Museo Archeologico dell’Alto Adige. Al centro dell’esposizione vi saranno i reperti archeologici altoatesini risalenti al periodo tra il 1920 e il 1972, alcuni dei quali non sono mai stati esposti al pubblico prima d’ora. La mostra proporrà inoltre postazioni interattive che renderanno accessibili le documentazioni storiche degli scavi.
Putzer sottolinea l’importanza della mostra: “Teniamo particolarmente ad avvicinare visitatori e visitatrici a contenuti complessi in modo chiaro e coinvolgente. È giunto il momento di presentare al grande pubblico i reperti nella loro completezza, alla luce delle conoscenze scientifiche attuali, anziché lasciarli impolverare nei magazzini.”
kh
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