[Link esterno] Sito internet - Provincia autonoma di Bolzano - Alto Adige

La Heimat come palcoscenico

22/04/2026

Con la pubblicazione “Anni ruggenti. Turismo in Alto Adige 1961-1983”, il Touriseum di Merano conclude un progetto di ricerca che interviene nell’attualissimo dibattito sull’overtourism.

Negli anni ‘70 l′Alto Adige veniva presentato a chi veniva da fuori come una sorta di terra idilliaca, con immagini tradizionali di montagne, frutteti, masi e costumi tipici. In questa foto alcune bambine “indigene” in costume tipico: gli opuscoli e i manifesti trasmettevano un′immagine dell′Alto Adige fortemente improntata alla tradizione. (Foto: Touriseum)
Negli anni ‘70 l′Alto Adige veniva presentato a chi veniva da fuori come una sorta di terra idilliaca, con immagini tradizionali di montagne, frutteti, masi e costumi tipici. In questa foto alcune bambine “indigene” in costume tipico: gli opuscoli e i manifesti trasmettevano un′immagine dell′Alto Adige fortemente improntata alla tradizione. (Foto: Touriseum)

In questa intervista gli autori Patrick Rina e Paul Rösch approfondiscono il ruolo dei musei nell’affrontare tematiche sociali e le ripercussioni del turismo di massa in Alto Adige in particolare sull’identità, sul paesaggio e sull’immagine della Heimat.

In che misura un museo può o deve confrontarsi con tematiche sociali attuali?

Paul Rösch: I musei, in quanto “monumenti del pensiero”, sono tenuti a rimanere in costante movimento, portare alla ribalta tematiche attuali, affrontare le sfide socio-politiche alla luce del passato e metterle in discussione. Il turismo, ad esempio, è una sorta di sismografo, che reagisce in modo estremamente sensibile alle influenze sociali, economiche e politiche. Il Museo provinciale del turismo Touriseum ha pertanto il compito di ripercorrere la storia delle origini del turismo e di presentarne i risultati al pubblico sotto forma di mostre, convegni, conferenze, pubblicazioni e attraverso la collezione di oggetti.
“I musei devono essere luoghi di dialogo permanente”, afferma l’artista Joseph Beuys. Io aggiungo che musei e matrimoni hanno qualcosa in comune: nella vita di coppia, infatti, è importante mettersi costantemente in discussione, ridefinirsi, lavorare sulla relazione, introdurre sempre qualcosa di nuovo e imparare continuamente a mantenere viva la fiammella dell’amore. Egualmente, chi gestisce i musei deve essere in grado di amare le persone e la società, non cedere alla tentazione del “feticismo” e dare il proprio contributo per un mondo migliore.

Da contadino ad albergatore: come si è evoluto il turismo altoatesino negli ultimi 50 anni, ovvero dall’inizio del turismo di massa? 

Patrick Rina: Il “Wirtschaftswunder” tedesco e austriaco degli anni ’50 e il “miracolo economico” dell’Italia degli anni ’60 originarono in Alto Adige – storica regione di confine tra l’area culturale ed economica germanofona e quella italiana – un vero e proprio “boom”. Se nel 1960 in Alto Adige si contavano 3,7 milioni di pernottamenti, nel 1980 erano già diventati 20 milioni, con la crescita maggiore registrata negli anni ’70. Nel 2025 a sud del Brennero sono stati contabilizzati 38 milioni di pernottamenti.
I primi ospiti a venire in vacanza in Alto Adige al termine della Seconda Guerra mondiale provenivano dall’alta società italiana, che soggiornava principalmente negli hotel delle zone turistiche storiche, ovvero a Merano e in Val Gardena. Anche per i tedeschi occidentali la crescita economica innescò la “febbre del viaggio”: dopo gli orrori della guerra sentivano il forte bisogno di natura e di bellezza, di un “mondo perfetto” e anche di un’atmosfera familiare. I numerosi film degli anni ’50 e ’60 ambientati in Alto Adige rafforzarono queste necessità e così nelle valli dell’Alto Adige spuntarono come funghi le pensioni con colazione: i contadini si stavano trasformando in albergatori. I prezzi erano accessibili e inoltre i tedeschi potevano contare sulla forza del marco tedesco nei confronti della lira. A bordo delle loro macchine nuove, i tedeschi dell’ovest arrivavano in posti dove fino ad allora non si erano quasi mai visti “forestieri”.

In che misura il turismo di massa ha modificato la vita quotidiana della popolazione locale, il paesaggio e l’habitat dell’Alto Adige?

Paul Rösch: L’avvento del turismo moderno, a partire dagli anni ’60, in brevissimo tempo ha generato un forte impulso di modernizzazione e un processo di globalizzazione: gli stili di vita, le tradizioni e i valori consolidati nel tempo cominciarono a vacillare a causa del confronto con un mondo diverso, per certi versi “nuovo”. A questo si aggiunsero le nuove e improvvise possibilità finanziarie, che permisero di ristrutturare le vecchie case, costruirne di nuove e mettere i bagni nelle camere. Al posto dei letamai, ora si poteva ammirare l’acqua azzurra delle piscine. In molti comuni rurali, l’immagine tipicamente contadina lasciò il posto a un paesaggio turistico. In soli due decenni – ossia dal 1960 al 1980 – sorsero oltre 400 impianti sciistici. La costruzione di impianti di risalita e piste da sci fu accompagnata da effetti collaterali: in seguito all’intensificazione degli interventi, le aree disboscate, livellate e riempite divennero sempre più soggette all’erosione, causando l’insorgere di forti critiche contro la distruzione dell’equilibrio ecologico della natura alpina.

Quanto può essere credibile una Heimat che si presenta come marchio turistico?

Patrick Rina: Il marchio e l’immagine che una destinazione turistica vuole dare di sé si adattano agli interessi dei potenziali ospiti. Durante gli “anni ruggenti”, i responsabili del turismo locale cercarono di trasmettere un’atmosfera tipicamente sudtirolese che corrispondesse principalmente alla concezione di Heimat degli ospiti provenienti dalla Germania Ovest. Inizialmente nelle cartoline e negli opuscoli figurano cime innevate, frutteti in fiore, rustici masi, maestosi crocifissi, allegre bande musicali e “indigeni” in costume tradizionale. A partire dagli anni ’70 invece, la pubblicità mostra il nuovo spirito del tempo, con piscine, funivie e discoteche che diventano testimonial turistici.
L’Alto Adige decide di scrollarsi di dosso l’immagine bucolica e romantica e si presenta come destinazione per l’ospite in cerca di esperienze: dirndl e dolce vita, affascinanti maestri di sci e ammiccanti sirenette simboleggiano una nuova dimensione esperienziale. Per vendere efficacemente il territorio rio altoatesino, i pubblicitari creano due slogan: “Fließend Deutsch und Warmwasser” (ital. tedesco fluente e acqua clada) – alludendo sia all’appartenenza all’area di lingua tedesca sia ai moderni standard igienici – e “Dai del tu all’Alto Adige”, un compiacente invito all’avvicinamento tra ospiti e padroni di casa.

La rappresentazione della Heimat è uno strumento necessario nella competizione turistica?

Paul Rösch: Dopo la Seconda guerra mondiale, il marketing turistico attinse a piene mani all’immagine tradizionale del Tirolo: fede, costumi e territorio idilliaco. La realtà era però ben diversa: la vita quotidiana era infatti dominata dalle preoccupazioni per il futuro politico dell’Alto Adige e dalla ricerca di un punto di riferimento. L’attaccamento alle tradizioni offriva sostegno e speranza; nacquero nuove associazioni e si rivitalizzarono i vecchi valori. Tradizione e pubblicità mettevano in scena la Heimat: concerti in piazza, sfilate in costume e serate folcloristiche divennero abituali, anche se talvolta con l’obiettivo di soddisfare le aspettative degli ospiti. L’artigianato artistico era un sinonimo identitario ma al tempo stesso souvenir, cosicché nei salotti dei turisti e della gente del posto spesso si potevano trovare gli stessi prodotti.
Ciò che era iniziato come messa in scena, gradualmente divenne parte della realtà: la rappresentazione della Heimat fu in molti casi interiorizzata a tal punto da essere percepita addirittura come immagine di sé, alla quale si aggiungeva il feedback positivo dei turisti: gli “ospiti” infatti andavano pazzi per l’Alto Adige e la sua gente, con il risultato di aumentare la fragile autostima dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina e, anzi, dare vita alla buona dose di presunzione e alla convinzione di essere l’ombelico del mondo.

kw

Ci trovate qui

Abbonamenti

Ricevi la rivista cartacea gratis direttamente a casa

Ordina ora

Con la newsletter sai sempre quando la nuova edizione è online

Iscriviti

Redazione

Direttrice responsabile:
Margit Piok (pio)

Coordinamento: Monika Pichler (mpi), Maurizio Di Giangiacomo (mdg)
Redazione: Maja Clara (mac), Elisa Egidio (ee), Carmen Kollmann (ck), Thomas Laconi (tl), Gabriel Marciano (gm), Ursula Pirchstaller (pir), Angelika Schrott (san), Katharina Trocker (kat).


Contatti

44. Agenzia di stampa e comunicazione
Palazzo 1, Piazza Silvius Magnago 1
39100 Bolzano
Tel. +39 0471 41 22 10