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Cultura, base della società

19/02/2025

Intervista ad André Comploi, nuovo direttore del Dipartimento Istruzione, Formazione e Cultura ladina

Una visione dall'esterno: intervista al nuovo direttore dell'educazione e cultura ladina André Comploi. (Foto: Vito Lorusso)
Una visione dall'esterno: intervista al nuovo direttore dell'educazione e cultura ladina André Comploi. (Foto: Vito Lorusso)

Il Teatro alla Scala è un'istituzione riconosciuta a livello nazionale e internazionale. Cosa l'ha spinta a passare al servizio pubblico della Provincia Autonoma di Bolzano? 

La decisione non è stata affatto facile, dopo diciotto anni intensissimi nel mondo dell'opera, prima presso la Wiener Staatsoper, poi alla Scala di Milano. Alla fine, due motivi sono stati determinanti per questo cambiamento: da un lato, il nuovo incarico rappresenta un'opportunità unica per impegnarmi maggiormente nell'istruzione, nella lingua e nella cultura ladina, che mi stanno particolarmente a cuore – l'istruzione è la base della società, la cultura un pilastro fondamentale della nostra civiltà. Dall'altro lato, questo cambiamento professionale mi permette di vivere di nuovo con la mia famiglia.

Come reagiscono le persone nell’ambiente lavorativo a Milano e a Vienna quando scoprono che viene da una regione di minoranza e parla una lingua che è conosciuta solo da 30.000 persone? 

In gran parte l'argomento suscita interesse – e spesso mi sorprende quanto poco gli italiani e gli austriaci sappiano sulla nostra minoranza. Alcuni conoscono meglio il "ladino" degli ebrei sefarditi che il ladino dolomitico. Tuttavia, è un ottimo argomento per rompere il ghiaccio, ed è più interessante e fruttuoso del meteo per iniziare una conversazione a eventi, prime o cene (ride). Di solito le persone rimangono stupite quando racconto loro che la mia lingua madre, quasi sconosciuta a livello internazionale, è così importante per me, che parlo ladino con i miei figli, anche durante il periodo viennese, che ho pubblicato lavori su temi ladini, ecc. Nel mondo dell'opera, comunque, c'è da alcuni anni un ladino noto: il baritono di La Valle, Andrè Schuen, che sta avendo una bellissima carriera internazionale. 

Perché la promozione della lingua e della cultura ladina è importante per lei personalmente? 

Questa è una bella domanda… E devo fare una piccola premessa: durante il mio periodo a Milano parlavo quotidianamente cinque lingue – il ladino, ovviamente, quasi esclusivamente nelle videochiamate con la mia famiglia. Ci sono però cose che riesco a esprimere solo nella mia lingua madre. A volte ho anche scritto poesie – e questo per me funziona solo in ladino. Anche se parlo molto bene il tedesco e la maggior parte della letteratura mondiale l’ho letta in questa lingua, le emozioni e i pensieri che esprimo nelle poesie, nella mia percezione, in tedesco, italiano, inglese o francese suonano banali. 
Ecco perché la mia lingua madre è così importante per me. Poi, ovviamente, ci sono molte altre ragioni per cui le lingue e le culture minoritarie meritano di essere promosse – una delle più importanti è sicuramente la salvaguardia della diversità culturale. E per i ladini stessi, è fondamentale riconoscere e comprendere le proprie radici. Oltre alla conservazione della lingua e della cultura, dobbiamo mantenerle vive attraverso uno sviluppo continuo. 

Come intende integrare la sua esperienza internazionale nel lavoro con la comunità ladina? 

L’esperienza probabilmente più preziosa che porto con me è l’interazione quotidiana con numerose persone di lingue, culture e mentalità diverse, che lavorano insieme a un progetto. Questo insegna molto a mettere in discussione i pregiudizi, a guardare oltre il proprio orizzonte e a trovare nuove soluzioni. Spostare lo sguardo in là apre gli occhi! Spero quindi che anche nel mio nuovo ambito lavorativo riusciremo a introdurre nuove prospettive e impulsi per ripensare e sviluppare ulteriormente l'istruzione e la cultura ladina. 
Per quanto riguarda il lato pratico poi, ci sarà sicuramente anche l’opportunità, in certi casi, di attingere al mio network internazionale. 

Quali vantaggi, secondo lei, offre una prospettiva esterna? Quali difficoltà potrebbero sorgere? 

Abbiamo introdotto una prospettiva esterna anche alla Scala cinque anni fa insieme al Sovrintendente Dominique Meyer, e alla fine molte cose sono state sistematicamente cambiate. Non è stato sempre facile, perché ci sono stati pregiudizi e resistenze. Ma è importante mettere in discussione e, se necessario, rivedere strutture e procedure che si sono arrugginite nel tempo. Questo non significa che tutto debba essere cambiato in modo drastico, ma che si debba analizzare con obiettività: cosa funziona bene, cosa meno, cosa può essere migliorato e come. E questo spesso è più facile con uno sguardo esterno non condizionato dalle abitudini e dalla routine. 

Quale ruolo ha la cultura e il lavoro culturale per la società in tempi di intelligenza artificiale (IA)? 

È una domanda complessa, a cui non posso rispondere facilmente. Anche perché non sappiamo ancora quali saranno le conseguenze di questa rivoluzione dell’IA, che sarà certamente molto impattante. Una cosa, però, a cui ho pensato di recente: probabilmente ci spingerà – ad esempio nell’educazione ed istruzione – a concentrarci maggiormente sull'uso dello strumento del "giudizio critico". Per distinguere ciò che è reale e umano da ciò che è creato dall'IA. Questo richiede la capacità di fare una lettura critica della realtà – una competenza che va acquisita! 
In linea di principio, considero l’IA uno strumento estremamente utile, se utilizzato correttamente e dichiarato come tale. 

 

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