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“Ora un cambio culturale nel rapporto Stato-Regioni”

22/07/2026

Intervista al segretario generale Eros Magnago: chi ha scritto la riforma, da quali elementi si è partiti, cosa serve ora per la sua concreta riuscita.

Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, e il segretario generale Eros Magnago
a Roma, nelle ore dell‘approvazione della riforma dell‘Autonomia. (Foto: Ivo Corrà)
Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, e il segretario generale Eros Magnago a Roma, nelle ore dell‘approvazione della riforma dell‘Autonomia. (Foto: Ivo Corrà)

Segretario  generale  Magnago, cos’è, tecnicamente, la riforma dell’Autonomia?  

La riforma è un aggiornamento dello Statuto necessario dopo la riforma costituzionale del 2001, che ha dato competenza generale alle Regioni, lasciando in capo allo Stato alcune competenze esclusive. Lo Stato ha interpretato in modo particolare le sue competenze esclusive, invadendo alcune competenze delle Regioni. Un tema che vale per tutte le Regioni, ma che è ancora più sentito da quelle a Statuto speciale. L’intervento era necessario per questo, ma anche per sviluppare alcune competenze che lo Statuto già prevedeva. È servita per ampliare i margini entro i quali la Provincia può scrivere le proprie leggi e anche per aggiungere qualche competenza nuova.

Chi ha scritto, materialmente, questa modifica? 

Ci sono state due fasi. Una prima fase in cui noi tecnici delle Regioni a Statuto speciale (Province autonome di Bolzano e Trento, Val d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna) ci siamo trovati attorno a un tavolo e abbiamo cominciato a discutere in che modo aggiornare gli Statuti. Un processo che è andato avanti diversi mesi ed ha prodotto alcuni capisaldi, primo proprio quello dei limiti alle competenze legislative. Poi questo lavoro, già approvato formalmente da parte dei presidenti delle “Speciali” e presentato alla presidente del Consiglio Meloni, ha subito uno stop. La Sardegna ha impugnato la legge sull’autonomia differenziata, cosa alquanto anomala perché la Sardegna era al tavolo delle Speciali, mentre quella legge riguardava le Regioni a Statuto ordinario. E infatti la sentenza che è seguita all’impugnazione ha sancito proprio questo: l’autonomia differenziata riguarda le Regioni a Statuto ordinario, noi “Speciali” dovevamo aggiornare gli Statuti. Il lavoro è ripreso, per volontà del Governo, solo con Trento e Bolzano, sempre con un tavolo di confronto prima tecnico e successivamente tecnico-politico, che vedeva da una parte le due Province e la Regione e dall’altra il Ministero per gli Affari Regionali e le Autonomie e la Presidenza del Consiglio dei ministri.

Quali soggetti hanno concorso alla buona riuscita di questa, complessa operazione? 

Le trattative politiche necessarie per avviare la riforma dell’Autonomia sono state condotte dal presidente della Provincia Arno Kompatscher, anche nella sua qualità di coordinatore delle Autonomie speciali. Alla scrittura della riforma hanno concorso per la Provincia autonoma di Bolzano il sottoscritto e il direttore dell’Ufficio legislativo Gabriele Vitella, per la Provincia autonoma di Trento la dirigente generale del Dipartimento Affari istituzionali Valeria Placidi, per la Regione il capo di gabinetto Marcello Di Francesco Torregrossa, con un prezioso contributo della professoressa Daria de Pretis, vicepresidente emerita della Corte costituzionale. Quando il tavolo è diventato più politico si sono aggiunti i presidenti Arno Kompatscher e Maurizio Fugatti e i parlamentari Meinhard Durnwalder e Alessandro Urzì.

Da quali elementi siete partiti? 

Si è partiti dai motivi delle impugnazioni promosse dal Governo e dalle conseguenti sentenze della Corte costituzionale. Il tema fondamentale era sempre quello dei limiti entro i quali poter scrivere le nostre leggi provinciali. Nello specifico, molte sentenze censuravano le nostre leggi perché ritenute non conformi alle riforme economico-sociali dello Stato. In altri casi, le censuravano ritenendo che certe materie, pur elencate nel nostro Statuto, dovessero avere una disciplina più uniforme a livello nazionale. Da qui l’esigenza di ridefinire i margini entro i quali legiferare. Con questa riforma la modifica c’è stata, ma credo serva tempo per vedere se ha prodotto anche un cambio culturale nel rapporto Stato – Regioni. Intendo dire che non solo i Ministeri, ma anche altre istituzioni statali e le varie Authority hanno mostrato negli ultimi 10/15 anni un atteggiamento più centralistico che in passato. Credo non si tratti qui né di ideologia né di orientamenti politici, quanto della convinzione di dover garantire uniformità di diritti sul territorio nazionale. Una convinzione per me totalmente errata, perché appiattisce i territori, allontana i cittadini dalle responsabilità pubbliche e non favorisce lo sviluppo economico e sociale delle Regioni. Chi è convinto di dover garantire uniformità è lo stesso che vuole contenere la spesa pubblica: in passato lo ha fatto imponendo il patto di stabilità alle Regioni, successivamente lo ha fatto armonizzando i bilanci delle Regioni e dei Comuni e adesso lo fa interpretando i livelli essenziali delle prestazioni quali tetti di spesa. La possibilità di riuscita della riforma sarà influenzata dalla velocità con la quale le altre “Speciali” riusciranno ad avere la loro riforma e anche le “Ordinarie” avranno l’autonomia differenziata, perché questo favorirebbe il cambiamento culturale necessario.

Il valore politico della riforma è indiscutibile. È altrettanto grande anche quello economico e sociale? 

Il valore della riforma, al di là dei suoi contenuti, è enorme, perché ridà fiducia a chi opera in questo territorio, alle categorie economiche e alle formazioni sociali, dimostrando loro che il quadro ordinamentale non è fermo al 1972.

mdg

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