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“Puoi farlo, dottoressa”

20/04/2023

La routine quotidiana di un medico di base è impegnativa. È bello che a volte siano i pazienti a prendersi cura della loro dottoressa.

Claudia Petroni è medico di medicina generale con formazioni aggiuntive in terapia del dolore, medicina palliativa, agopuntura. Attualmente sta assolvendo la formazione in medicina manuale. (Foto: ASP/Tiberio Sorvillo)
Claudia Petroni è medico di medicina generale con formazioni aggiuntive in terapia del dolore, medicina palliativa, agopuntura. Attualmente sta assolvendo la formazione in medicina manuale. (Foto: ASP/Tiberio Sorvillo)

Questione di DNA. In famiglia si contano diversi medici, da sempre a tavola si discuteva di medicina. Claudia Petroni ha deciso di diventare medico in terza media. Oggi fa il medico di base nella sua città natale, a Bressanone. “Non volevo limitarmi a una sola specialità. In medicina generale si vede di tutto: occhi, ginocchia, pelle, cuore, dai giovani agli anziani. Questa varietà mi ha sempre affascinato”.

Durante gli studi di medicina a Innsbruck nota un annuncio: Tirocinio clinico di agopuntura presso una delle strutture più moderne di Pechino. Sale da letto con 10-20 posti, sotto ogni letto una padella, “igienicamente folle” eppure l’esperienza è istruttiva: “Mi ha allargato gli orizzonti. I pazienti in Cina sono taciturni, hanno un’altissima resistenza al dolore. La medicina convenzionale, complementare e tradizionale cinese e l’agopuntura sono strettamente integrate”.

“Non dobbiamo nasconderci”. Claudia promuove lo standard dell’assistenza sanitaria in Alto Adige. “Il paziente da noi ottiene ciò di cui ha bisogno”. Non è scontato. Una formazione supplementare in terapia del dolore in Germania le ha fatto capire che altri sistemi favoriscono un ricorso eccessivo a terapie e interventi che possono risultare inutili, perfino dannosi.

Un tirocinio clinico l’ha portata al reparto di neurologia di Lisbona. Al ricevimento settimanale la coda si estendeva dal quarto piano dell’edificio al marciapiede. “Vedendo questo si è grati per come funzionano le cose qui da noi”.

Ritorno in Alto Adige. La nostalgia di casa riporta Claudia Petroni in Alto Adige dopo la formazione in medicina generale nel Vorarlberg, senza lavoro, ma fiduciosa. Rifiutando otto offerte di lavoro in Austria.

Qualche mese nel reparto di riabilitazione a Brunico, un anno scarso di maternità. Si libera un posto per medico di base in Val Sarentino. I pazienti stessi si danno da fare per trovarle un alloggio. “È stato un salto nel vuoto, ma presto ho capito che era il lavoro dei miei sogni. È stato un periodo molto bello”.

Una volta un paziente stava aspettando il suo turno, uno strofinaccio premuto sul collo. Sotto, una grande ferita aperta. La dott.ssa Petroni suggerisce il Pronto soccorso, ma di andare a Bolzano il paziente non voleva saperne. “Puoi farlo, dottoressa”, le disse. Lei ha ricucito la ferita in ambulatorio. “La fiducia dei pazienti ti dà coraggio. Si può imparare molto da loro”.

Pazienti premurosi. La situazione non è facile per la giovane famiglia. Anche marito e figlio fanno la spola tra Val Sarentino e Bressanone, le case da gestire sono due. Ad un certo punto prende in carico un ambulatorio a Campo di Trens. A volte i pazienti le preparano il pranzo per non farglielo saltare.

Dopo la nascita della secondogenita si liberò un posto a Bressanone, nel poliambulatorio dove lavora oggi. “Lavorare in squadra è un arricchimento enorme. C’è lo scambio professionale, possiamo attingere alle reciproche esperienze e specializzazioni. In Alto Adige servirebbero più personale infermieristico e assistenti, e una burocrazia più snella. In quel modo potremmo offrire più prestazioni, sarebbe entusiasmante. E ridurrebbe la pressione sui pronto soccorso”.

La rete è indispensabile. L’aspetto più pesante è non sapere mai quando la giornata finisce. “Non si può pianificare nulla, gli imprevisti sono all’ordine del giorno. Bisogna essere bravi a gestire, soprattutto quando si è mamma. Ma fa parte del gioco”. Serve il sostegno del partner, dei nonni, dei figli. Claudia può

contare su di loro: “Ho un marito meraviglioso”. In una giornata tipo, Claudia si alza alle 5.30, prega, poi va a fare jogging, “per staccare la spina”. Prepara la colazione, va in ambulatorio alle 8, torna per pranzo all’una e mezza. Fa il bucato, segue i compiti, poi le visite a domicilio. Nel pomeriggio altre visite in studio. La sera e nei fine settimana spesso fa formazioni, se non è di turno. Quando i bambini sono a letto termina le faccende domestiche, legge qualche articolo. “Mamma, lavori come una pazza”, le dice sua figlia.

Impegno irriducibile. Claudia racconta di un centinaio di chiamate da due a cinque minuti che si aggiungevano alle visite nel periodo Covid-19. “La pandemia mi ha lasciato la sensazione di essermi persa un pezzo di vita. I medici di base sono esausti, ma bisogna andare avanti”. Eppure, sottolinea: “La maggior parte dei miei colleghi in Alto Adige sono estremamente motivati, fanno molta formazione e si sostengono a vicenda”. E conclude: “Più vai avanti, più ti rendi conto di quanto sia edificante poter aiutare le persone e accompagnarle lungo il loro percorso”.

kl/mdg

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